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E da domani

E da domani?
Sai cosa – e da domani – è solo questa la domanda. Più che un problema una domanda. Come si colma il vuoto dei giorni a venire. E in quale modo si dimentica la felicità non pienamente còlta degli anni passati.
– Io non ho uno ieri. Non lo so – dici, amico. Aggiungi che l’unica volta che hai avuto uno ieri da innamorato, all’indomani di quella volta percorrevi la A24 da casello a casello piangendo un rifiuto. Quanti catini  riempirebbero le lacrime che hanno percorso quella strada?
Anzi no, dicevamo,

– Mi dai un goccio di birra?
– Ho i bicchieri a fiori però.
– Che mi frega.
– Ho solo quelli.

Mi preoccupa il domani perché ho giocato con il tempo, amico mio. È che nel tempo e nel frattempo ci sono capitate loro. Cosa dovevo fare io, non amarle?, che cattiveria.
Una era il passato e che passato, dieci anni di occhi azzurri e ventricoli ansimanti. Verdi, amavo quegli occhi che diventavano verdi quando il sole si nascondeva. La adoravo anche all’alba, e tornavano azzurri.
L’altra perché assomigliava al futuro. E non mi amava. Anelavo ad un futuro che non voleva me, insomma. È la metafora esistenziale dei giovani nel 2013 dici, e che ne so io.
Sì, ok, le ho amate nello stesso tempo, ma cosa importa, il tempo ce lo siamo inventati noi per darci un senso. Credi ancora che l’amore abbia un senso? Certo che no, tu sei sveglio.

– È terribile ‘sto bicchiere, quelli del San Michele sono più chic.
– Sai qual è il problema, più che una domanda un problema? Che non puoi mai leggere per la prima volta un libro che hai letto già.
– Già.

Caro amico vorrei regalare alla tua vita un incipit bello come quello bellissimo di tante righe dense e pur leggére con una sola virgola quella sì posso tieni eccola, ma per il resto non ne sono capace lo sai. Vorrei anch’io come lui, lo scrittore degli scrittori, aver sposato e  lasciato due mogli, poi adesso vivere felice con la terza, perché l’abbandono è coraggio.
La prima l’avrei sposata all’improvviso, te lo posso giurare, un giorno saremmo uscite da casa insieme su un’unica bicicletta. Forse sospinta da un momento di stupida cavalleria l’avrei fatta sedere sulla canna e bestemmiato ad ogni tendersi e flettersi di questo mio moscio quadricipite. Ma al ritorno avremmo pedalato di brutto – avrei pedalato, perché lei sorrideva e basta – e costeggiato tutto il lungomare vecchio fino al porto. Ci saremmo divertite a contare le palme rimaste indenni al punteruolo rosso e dopo secoli di scienza inutile avremmo provato, noi, che la terra è rotonda spiando sparire la Geneviève ad una certa altezza dell’orizzonte; il cielo prima verde, più in alto azzurro. Dalla cima del molo avremmo visto solo futuro, anche senza vederlo.

– È tardi, quando vuoi che vada dimmelo.
– Sì, te lo dico.

Che bello, amico, sapere che non dirai niente. Che bello senza dire nulla scegliere, avere coraggio. Sfidarsi: se me ne vado e scendo tutti gli scalini fino al portone prima che si spenga la luce delle scale accesa due minuti fa dal vicino, domani lei tornerà.
Ma io sono solo passato /quanto la amo/ E il passato è sempre il solito codardo passivo, si fa abbandonare, lui non fa niente di suo. Mica si muove mai.
Caro amico, vorrei che domani il riflesso dei miei capelli sciolti disegnasse quelle arpe gotiche sugli argini scarnificati del torrente Albula, che domani ci dessimo finalmente pace capendone il significato senza l’aiuto di google images.
Se chiudi gli occhi, guarda, anche questo Albula lercio è il Tennessee. L’Albula conduce presto al mare, puoi aprirli ora: ecco il mare sterminato, l’eterna scelta, la tentazione, la caduta e la redenzione. Eccoci, guardiamoci. Ma è davvero troppo tardi. La Geneviève l’hanno rottamata tre giorni fa, niente più mari per lei.
Ah, alla seconda moglie, te lo giuro, avrei detto addio con un
– Ciao, io allora vado.
Sì, effettivamente si è fatto tardi. I bicchieri coi fiori li cambio, promesso. A domani.

La domanda andava fatta così: se domani non ho più il passato?, e se domani non ho più me stessa? Dove lo metto quello che ora sento e ricordo, e che domani dimenticherò?
Solo tanti punti esclamativi a chiamarne sempre altri, un circolo vizioso che lei ha lasciato arresa e per disperazione. Quanto la amo, anche oggi che intuisco la sua vita solida dai finestrini del treno, la amo perché se domani sarà senza di me la sua vita sarà bella, come quella di tutti gli altri laggiù sulla terra, ferma e immobile, loro che rimangono solidi e ben piantati (hanno dimenticato, vero?) mentre la voce di una donna grassa annuncia la prossima stazione; non è casa mia.

Non soltanto ciò che ricordiamo, ma anche ciò che dimentichiamo ha una dimora. Forse è ammassato ai confini del mondo, l’oblio collettivo. Là, siamo noi.

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Digressione
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Quella casa. La abbatteranno prima o poi. Me lo hai promesso. Per il tempo che resterà così, disabitata e vuota, ti lascio un rimario futile e banale, corrispondenze stupide come solo i ricordi sanno essere.
Però, dicevi, c’è sempre un però. Stupide anche le congiunzioni avversative, separano prima i concetti e poi le persone. La grammatica è continua separazione, pausa, ricongiungimento, caos che sembra logica e invece è caos, un punto fermo per finire.
Non finisce niente, amore mio, le parole continuano anche quando il rumore finisce, quando tutto sembra silenzio di sottofondo ecco che si stanno formando le parole che lo romperanno. Il linguaggio è uguale alla vita, un ciclo continuo di perdite e conquiste, entrambe fittizie, punteggiature embrionali che esplodono e riempiono il mondo di silenzi e parole con cui lavoriamo, compriamo, facciamo l’amore, contrattiamo, ci insultiamo, con le parole in bocca ci moriamo. Discorso lungo.
Però, dicevamo, fin quando rimarrà in piedi, sarò io la custode della tua carcassa di cemento sulla collina, una volta piena di vita e di futuro.
In fondo, a pensarci bene, è la cosa che più ci somiglia.

Abbatteranno quella casa e il cuore
avrà il riposo immaginato sempre,
il cingolato scandirà le ore:
morte di una palazzina in novembre.
Le tapparelle cachi, le galline di tua nonna
i cactus di tua madre, tuo padre ancora
in viaggio, e quando torna.

Rifiuterai il ritorno, già diversa
lontana, in fase di abluzione
della tua Penelope dispersa
che di rimpianti farà cassa integrazione.

Si abbatterà sui cespugli di more
appassiti, la parete con le fotografie
il rovo attutirà il frastuono
a cassetti vuoti delle mie

Io, che due lustri son passati in fretta,
perdonerai, non so dimenticare
quel niente che mi teneva stretta
nell’infinito riflessivo lasciarti andare.

Tu donna, tu la prima, peccato bieco
Eva e Penelope eran la stessa troia
(Ulisse se l’è inventato un cieco);
se tesse nuove mele il boia 
Abbatteremo quella casa, amore:
sui calcinacci insieme balleremo gli anni
di chi si inganna a lungo e all’improvviso muore.

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Un amore

Compiti per tutti: non leggete mai Dino Buzzati prima di andare a dormire.
Se proprio perché siete degli idioti vi dovesse capitare, la mattina dopo scappate dal letto del misfatto, lavatevi il viso con l’acqua gelida di gennaio e quello che vi ha fatto più male, fate come me, ricopiatelo. A penna, a macchina, battetelo sulla tastiera, ripetetelo a memoria sbagliandolo. Insomma, fate qualcosa, qualsiasi cosa, ma esorcizzatelo.
Vogliate scusarmi, io non ho copiato tutto tutto, voi potete fare di meglio. Giustificate queste espunzioni con la pigrizia nella copiatura, basterà a capirne il senso. I dettagli narrativi e didascalici – che pure mi ricordano qualcuno se ci penso, e almeno per i minuti che restano a queste parole non vorrei pensarci – sono insiti in ciascuno di noi, in forme apparentemente diverse.
Sarebbe poi un così grande sgarbo agli animi inquieti e innamorati, a me, a voi, dire tutto, come se tutto si potesse dire, che ho preferito evitare.
Allora ho eliminato le scogliere, la campagna della periferia milanese, il nome di lei (Laide, ndr), qualche patema d’animo di troppo, le descrizioni accessorie e fondamentali, ho espunto tutto il resto del libro, Un amore (Arnoldo Mondadori editore, 1963), considerato dagli eruditi un insolito nella produzione di Buzzati.
Forse, in effetti, questa vicenda nabokoviana non è un romanzo ma una scheggia di luce, è un raudo inesploso che nelle pagine deflagra al rallentatore, un segreto confessato una volta da sbronzi e poi seppellito. Per sempre.
In fondo, qui, per i non eruditi che ancora si ostinano a imparare l’amore, per i puri, c’è già tutto quello che basta: Antonio Dorigo (di Dorigo ne è pieno il mondo) che spinge il pedale sull’acceleratore verso il baratro felice di un non amore e la corsa verso Laide, ché anche lei abita le donne di ogni dove, incolpevoli stupide ninfette indifferenti quando il cuore è il malato organo degli altri.
Ho già detto troppo. È che qui c’è l’allusione più bella a quel ciclico e imprevedibile scambio di ruoli che è l’avvicendarsi dei rapporti umani. Troppo, sì. Troppo uguali sempre, noi, uguali l’inizio, la fine, le donne, gli uomini, le stesse storie per tutti, il dolore, e nel dolore la gioia, l’amore, la morte, l’amore, per sempre.

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Un amore, Dino Buzzati, pagg. 108/114

“Svegliarsi presto, per Antonio, è morte civile.
[…] Partì alle sei e mezzo. Trovò le strade vuote. Peccato che il cielo fosse grigio.
La sveglia alle sei, di per sé dolorosissima, fu una specie di meraviglia all’idea di lei che lo aspettava.

Ogni volta che il piede pressava sul pedale dell’acceleratore era uno spazio in meno che lo separava da lei.
[…] La campagna deserta, prati fumiganti di nebbia e in fondo lunghi schieramenti di pioppi altissimi a quinte successive che si perdevano nelle lontananze. Via via che lui correva, da una parte e dall’altra gli alberi ruotavano concentrandosi in folla verso l’estremità del rettilineo e poi sgranandosi di fianco, mentre altri, più lontani gli correvano avanti a rinserrarsi verso l’orizzonte; come se due immense piattaforme girassero in senso opposto una a destra, una a sinistra.
[…] Poi gli parve che nel loro moto, corrispondente in senso inverso allo spostamento della macchina, i filari dei pioppi intendessero dirgli una cosa. Sì, la fuga degli alberi – intreccio fluido e cangiante di prospettive in una duplice rotazione della campagna a perdita d’occhio – aveva assunto una speciale intensità di espressione come quando uno sta per parlare.
Lui correva, volava anzi in direzione dell’amore e pure gli alberi che scivolando al limite delle praterie, erano portati via da qualcosa più forte di loro. Ciascuno aveva una sua fisionomia, una forma speciale, una sagoma diversa. Ed erano tanti, migliaia e migliaia. Eppure una comune forza li trascinava nel gorgo. Tutti i pioppi della smisurata campagna fuggivano esattamente come lui ruotando in due vastissime ali ricurve.
Era uno spettacolo, nel solitario mattino, con la strada vuota dinanzi e i prati vuoti, le campagne vuote, non si vedeva un’anima, sembrava che, tranne lui, tutti si fossero dimenticati che esistesse quel pezzo di mondo. E lei era laggiù in fondo dietro l’ultimissimo sipario di alberi anzi molto più in là, probabilmente stava dormendo con la testa sprofondata nel cuscino, fra lista e lista delle tapparelle la luce del giorno nuovo penetrava nella stanza illuminando la massa dei suoi capelli neri, immota. Era sola?
Allora, egli all’improvviso capì il senso di quel naturale incantesimo. Di colpo egli capì ciò che tutta la natura gli diceva, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restare stupefatti. […] Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere, se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici?
Dovunque c’era nascosto il pensiero inconfessato di lei, anche se non sapevamo neppure chi fosse.

[…] Se quando era ragazzo uno glielo avesse detto, e lui avesse potuto capire, ciononostante avrebbe sempre detto di no, che non era vero, per una forma di pudore. Così anche gli altri diranno di no, che è un’idiozia, che è retorica, romanticismo fuori tempo. Eppure, interrogati, non sapranno indicare altrimenti perché li commuove la burrasca marina o l’arco diroccato dei Cesari o la dondolante lanterna nel vicolo dei bassifondi. Mai confesseranno che in quelle scene c’è anche per loro il richiamo a un sogno d’amore, nonostante il disgusto che una simile espressione possa dare.
[…] Eppure se nei viaggi non ci fosse quel barlume romanzesco e inverosimile, non si muoverebbero da casa. Il vagabondare di frontiera in frontiera, di albergo in albergo, diventerebbe un supplizio.
E il fatto universale della poesia? Come mai tanti paesaggi, selve, giardini, spiagge, fiumi, alberi, crepuscoli nei versi della donna amata? Perché nella natura, i poeti, più ancora degli altri riconoscono il riferimento fatale. Le torri antiche, le nuvole, le cateratte, le enigmatiche tombe, il singhiozzo della risacca sullo scoglio, il piegarsi dei rami alla tempesta, la solitudine dei greti nel pomeriggio, tutto è un’indicazione precisa a lei, la donna nostra, che ci incenerirà.
Ogni cosa del mondo congiurando con le altre cose del mondo in complotto sapientissimo per promuovere la perpetuazione della specie.

Era un’intuizione così bella e geniale che in altre circostanze egli ne avrebbe avuto soddisfazione. Ma, proprio per la sua esattezza, oggi a lui procurava solamente dolore. L’espressione degli alberi fuggenti corrispondeva infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato. Egli correva in direzione di lei benché sapesse che laggiù lo aspettavano soltanto nuovi affanni, umiliazioni e lacrime. Ma lui correva a perdifiato ugualmente, il piede premuto con tutta la forza sul pedale, per la paura di perdere un minuto.
I pioppi della pianura, spostandosi processionalmente, a schiena curva, sembrava gli dicessero: fermati, uomo, fa’ dietro front, non pensare più a lei e seguici, non correre alla tua rovina. Noi ti condurremo al remoto paradiso degli alberi dove esiste soltanto benessere, canto di uccelli e pace d’animo. Non ostinarti.
Era così persuasivo il loro discorso che a un tratto egli fu preso da un turbamento interiore, si spostò sulla destra e si fermò.
Ma nello stesso istante si è fermato anche tutto il paesaggio intorno a perdita d’occhio e a lui dinanzi, in fondo alla deserta pista d’asfalto, il crocchio degli alberi rimane compatto e immobile né si scioglie più sgranandosi da una parte all’altra, i pioppi non sfuggono più, non gli dicono più fermati, non osano più dirgli niente perché capiscono che non c’è nulla da fare, gli alberi gli dicono sì è vero, laggiù in fondo, al sud, dove la strada finisce, c’è lei che aspetta per farti dannare, ma non importa, tanto!
Tanto, il sole è già alto, e noi non ti possiamo salvare.”

Ecco, è troppo.


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