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Venti poesie d’amore a Ladyhawke

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Ecco, allora: premettendo che se Siti, Arbasino e Busi fossero morti lui sarebbe il miglior italiano vivente, e visto che Siti è ormai un malato terminale di civismo degenerativo (quanto ci mancano i pompini lirici di Scuola di Nudo, Walter), Arbasino ha sbarrato il portone della sua torre d’avorio e Busi si è rincoglionito, possiamo pure quasi affermare o almeno supporre che lo sia.

Certo, Michele Mari pecca nelle lunghe distanze, alla centesima pagina le ossessioni arrancano sul già detto, l’evanescenza dei suoi fantasmi dilegua nella maniera, l’accademismo attenta la poesia, ma vabbè. A me fa tanto piangere e ridere. Perché quando i fantasmi e le ossessioni finiscono nei libri continuano nella vita, o viceversa, e ancora e sempre viceversa, per garantire ai posteri l’osmosi di fatti e parole iniziata col primo verso di Onan. Massa solare permettendo, si viceverseranno per altri 5 miliardi di anni, e Mari resterà un intermediario valido del ventunesimo secolo.
Delle Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, 2007) ve ne metto qui sotto 20, selezionate non in base a giudizi di valore, ma un po’ a casaccio e un po’ in ottemperanza al regolamento della Siae. Copiare un quinto dell’opera è legale, è illegale voi non la leggiate tutta.

La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
(donna di notte lei
e con la luce falco
lui con la luce uomo
e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

 . . .

Non piangere sul latte versato
verrà di notte il lupo
a leccarlo
perché il lupo è vago
delle cose perse

. . .

(Come se un lupo
fosse mai uscito indenne da una fiaba
come se in ogni falco
non si ripetesse degli Alberighi
l’antico scelo)

. . .

Fra il mulino bianco
e gli anelli di Saturno
la tua scelta era scontata

Ma non immaginerai mai
quanta farina
possono macinare quegli anelli

. . .

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
e il commento dice
due imbecilli

. . .

Nel cuore sì
nella vita no

Presumo che per dirlo
ti sei già procurata
un bisturi
un barattolo
e due litri di formalina

. . .

Nella mia testa
c’è sempre stata una stanza vuota per te
quante volte ci ho portato dei fiori
quante volte l’ho difesa dai mostri

Adesso ci abito io
e i mostri sono entrati con me

. . .

Tu non ricordi
ma in un tempo
così lontano che non sembra stato
ci siamo dondolati su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolìo
fu l’unica preghiera in senso stretto
che in tutta la mia vita io abbia mai levato al cielo.

. . .

Ogni volta che ci incontriamo
studio l’incanto per portarti via
ma ogni volta
ti giri su te stessa
e fai ritorno al tuo confortevole averno
Euridice che per ripetere i tuoi passi
non hai bisogno
della dabbenaggine di Orfeo

. . .

Amor ch’a nulla amato amar perdona
sempre suonommi assioma nauseabondo

Or s’è avverato
ma tale è il suo ritardo
ch’è come se nel punto di mia morte
dopo una vita di identiche giocate
venissero a informarmi
ch’è uscito finalmente il 10 000
sulla ruota di Alpha Centauri

. . .

Il tuo silenzio
dici
è pieno di me

Così so
come si sentono i morti
pensati dai vivi.

. . .

Il nostro fidanzamento è morto
adesso lo imbalsamo
poi mi iscrivo a un corso da ventriloquo
e come Norman Bates
apro un motel

. . .

Coincidere con chi si è diventati
credendo sia saggezza
è il più facile dei tradimenti
perché il suo castigo è nella pace

. . .

Ho messo quel che resta
del nostro fidanzamento
in una piccola bara bianca
che ho interrato al campo

Mentre mi allontanavo
con la vanga in spalla
ho udito dalle zolle
una vocina
ma mi avevi proibito di voltarmi
e non mi sono voltato.

Passaci tu però
così impazzisci.

. . .

Tertium dabatur
e sarebbe stato vivere
sfiorandoci

. . .

Avendo la testa montata all’indietro
non so cosa mi aspetta
ma quando cadrò nel vuoto
starò certamente ammirando
la sinossi di tutti i nostri incontri

. . .

Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.
Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante

. . .

Sei venuta a vedere per la prima volta
l’università dove insegno e dove ho studiato
il giorno stesso in cui mi hai detto addio

Non altrimenti l’assassino
fruga nel portafoglio della vittima
per saperle un nome
che ne renda più domestico
il fantasma

. . .

Dimmi
è stata l’ora legale a fregarmi
è stato quel furto
nella sostanza del tempo
a restaurare l’ora dei mariti
spedendo gli amanti
a bruciare nel sole?

. . .

Verrà la morte e avrà i miei occhi
ma dentro
ci troverà i tuoi

.

 

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Titolo opzionale, dice wordpress

Stamattina ho cercato qualcosa da dire e non l’ho trovato. C’era un tempo in cui questa era la norma, non l’eccezione di un martedì di merda.

Gli avvenimenti di quel gennaio ancor oggi mi tornano in mente in modo confuso, sparsi e intrecciati: di molte cose non ricordo più niente, di altre non so ricostruirne l’origine, e soprattutto mi sfuggono del tutto i passaggi, gli intervalli tra un incontro e l’altro, le soste, i pensieri concepiti nelle attese, com’ero fisicamente, cosa mangiavo, quanti minuti ci mettevo ad addormentarmi, roba così. Niente è ordinato nella memoria, tutto è stato lasciato al caso, all’ “ultima volta che”, al “per ora mettiamolo lì”.
Come se tutto si fosse improvvisamente rallentato: ogni giornata era un orologio con le batterie scariche che sembrava sempre lì lì per fermarsi e non lo faceva mai.
Sorridevo al giornalaio ma non era lo stesso che ieri diceva: “come va?”, “ti metto da parte l’allegato di sabato”, “sai, mia moglie non sta bene”. Era sparita la cortesia, la messinscena, il palchetto del volemose bbene. Lui era i due euro e il resto, se capitava. E come lui tanti.

Giocavo quotidianamente con piccoli fantasmi, riflessi di attimi costruiti come persone mie, appartenevano alla mia vita, erano stati lì per me. Io avevo fantasticato sulla loro umanità e lì avevo fatti buoni o cattivi, felici o infelici partendo da impressioni saltuarie: era dipeso tutto dal mio umore, dalla mia disponibilità a condividere. Finita quella, era finito tutto. La gente era gente e basta, un sottofondo inutile, generalizzato di lamentazioni a papera e sorrisi muscolari a reazione condizionata. Erano stati personaggi della mia fantasia, ma ora non mi appartenevano più, non sapevo più inventarmeli.
Così con gli amici. Li avevo abbandonati uno alla volta, senza dirlo, senza dichiararlo. Avevo lasciato che tutto decantasse, che cessassero gli incontri, si interrompessero i saluti. Qualcuno era stato trattato malamente, qualcun altro con tenerezza, ma sempre e comunque con la ferma malinconia dell’abbandono.
Ai curiosi rispondevo a monosillabi e, d’altronde, non avevo risposte migliori. Non si trattava, per dire, solo di un amore perduto, questo no, non dovevano pensarlo, perché era offensivo, riduttivo, perché non era così.
Ero, mi sentivo, in un punto qualunque dell’universo, senza sapere di terre, luoghi, pianeti, senza avvertire la benché minima scia di un’onda radio da seguire.
Arrivai presto a scoprire l’inutilità degli occhi, delle mani, e a non fargli arrivare più ordini; provai il pensiero perdente, la metodica sconfitta dei ricordi. Negai, riviste in luce nuova, i giorni più belli, negai gli entusiasmi, tolsi l’alone magico alle feste, agli incontri: mi rimase la stupidità delle attese immotivate, il vuoto insomma, a cui diamo senso noi soli, senso e figura, per non morirne ubriachi.

Quando l’orologio riprese a scandire l’orario giusto, l’ora eterna dell’uomo, capii che, anche a volerlo, non sarei più riuscita a coltivare la mia apatia. Me la stanavano tutti; per caso, dicevano, per coincidenza, niente di personale. Stavo riprendendo colore contro la mia volontà. La malinconia non era più quella bella, grassa e dolorosa di mesi prima, ma quasi di maniera. Mi accorsi più volte che dovevo richiamarla, evocarla di proposito, da sola non veniva più. Per mesi avevo odiato le cose com’erano prima e ora odiavo non trovarle più com’erano prima.

Dopotutto mi sembrava un miracolo che fossimo riuscite a sopravvivere senza capirci. E invece era soltanto una visione. Avevo riciclato con te la mia dannata fantasia.

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dieci

Ho visto quel m’aspettava
chiodi per piccioni, un muro fumo
la sigaretta che montava cerchi
nel blu di primavera tra la bruma

Sovrumana impresa di sottecchi
guardava me nelle sue attese
mentre cercavo *dio
su per le vagine, beccai mai niente
*io

Con questo fanno dieci
tenesse pure il resto,
non è mesto il ricordo
di quando

amò l’attesa, gli anni ed i piccioni:
trovò se stessa
sola. Fu il mio un vagìto morto
tra le sue stagioni.

* L’asterisco indica una forma ricostruita e non documentata, di cui si presuppone l’esistenza.