Titolo opzionale, dice wordpress

Stamattina ho cercato qualcosa da dire e non l’ho trovato. C’era un tempo in cui questa era la norma, non l’eccezione di un martedì di merda.

Gli avvenimenti di quel gennaio ancor oggi mi tornano in mente in modo confuso, sparsi e intrecciati: di molte cose non ricordo più niente, di altre non so ricostruirne l’origine, e soprattutto mi sfuggono del tutto i passaggi, gli intervalli tra un incontro e l’altro, le soste, i pensieri concepiti nelle attese, com’ero fisicamente, cosa mangiavo, quanti minuti ci mettevo ad addormentarmi, roba così. Niente è ordinato nella memoria, tutto è stato lasciato al caso, all’ “ultima volta che”, al “per ora mettiamolo lì”.
Come se tutto si fosse improvvisamente rallentato: ogni giornata era un orologio con le batterie scariche che sembrava sempre lì lì per fermarsi e non lo faceva mai.
Sorridevo al giornalaio ma non era lo stesso che ieri diceva: “come va?”, “ti metto da parte l’allegato di sabato”, “sai, mia moglie non sta bene”. Era sparita la cortesia, la messinscena, il palchetto del volemose bbene. Lui era i due euro e il resto, se capitava. E come lui tanti.

Giocavo quotidianamente con piccoli fantasmi, riflessi di attimi costruiti come persone mie, appartenevano alla mia vita, erano stati lì per me. Io avevo fantasticato sulla loro umanità e lì avevo fatti buoni o cattivi, felici o infelici partendo da impressioni saltuarie: era dipeso tutto dal mio umore, dalla mia disponibilità a condividere. Finita quella, era finito tutto. La gente era gente e basta, un sottofondo inutile, generalizzato di lamentazioni a papera e sorrisi muscolari a reazione condizionata. Erano stati personaggi della mia fantasia, ma ora non mi appartenevano più, non sapevo più inventarmeli.
Così con gli amici. Li avevo abbandonati uno alla volta, senza dirlo, senza dichiararlo. Avevo lasciato che tutto decantasse, che cessassero gli incontri, si interrompessero i saluti. Qualcuno era stato trattato malamente, qualcun altro con tenerezza, ma sempre e comunque con la ferma malinconia dell’abbandono.
Ai curiosi rispondevo a monosillabi e, d’altronde, non avevo risposte migliori. Non si trattava, per dire, solo di un amore perduto, questo no, non dovevano pensarlo, perché era offensivo, riduttivo, perché non era così.
Ero, mi sentivo, in un punto qualunque dell’universo, senza sapere di terre, luoghi, pianeti, senza avvertire la benché minima scia di un’onda radio da seguire.
Arrivai presto a scoprire l’inutilità degli occhi, delle mani, e a non fargli arrivare più ordini; provai il pensiero perdente, la metodica sconfitta dei ricordi. Negai, riviste in luce nuova, i giorni più belli, negai gli entusiasmi, tolsi l’alone magico alle feste, agli incontri: mi rimase la stupidità delle attese immotivate, il vuoto insomma, a cui diamo senso noi soli, senso e figura, per non morirne ubriachi.

Quando l’orologio riprese a scandire l’orario giusto, l’ora eterna dell’uomo, capii che, anche a volerlo, non sarei più riuscita a coltivare la mia apatia. Me la stanavano tutti; per caso, dicevano, per coincidenza, niente di personale. Stavo riprendendo colore contro la mia volontà. La malinconia non era più quella bella, grassa e dolorosa di mesi prima, ma quasi di maniera. Mi accorsi più volte che dovevo richiamarla, evocarla di proposito, da sola non veniva più. Per mesi avevo odiato le cose com’erano prima e ora odiavo non trovarle più com’erano prima.

Dopotutto mi sembrava un miracolo che fossimo riuscite a sopravvivere senza capirci. E invece era soltanto una visione. Avevo riciclato con te la mia dannata fantasia.

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