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Emivita

Quando esco dal portone la guardo sempre. I rami del susino coprono per metà la facciata della tua casa. Si vede bene il parcheggio davanti ai garage, una porzione di giardino, la porta-finestra della camera più piccola, si immagina il resto. Gli impiegati del comune vengono ogni tre/quattro mesi a sfrondare la pianta, allora la vista ha una mancanza in meno, spunta la veranda pistacchio della cucina. Mi manca parlare con te, non faccio fatica ad ammetterlo, sempre. Sempre mi sento terribilmente stronza, e triste.

L’ultima volta che ho pianto per un libro avevo sedici anni. “Non ti muovere”, Mazzantini. Nello stesso periodo lessi “Le particelle elementari”, mi aveva lasciato piuttosto indifferente è l’unica cosa che ricordo. Vivevo la mia prima storia d’amore e prevedevo le prossime. Quello di Houellebecq è uno dei tanti libri che ho perso in qualche trasloco. Le scarpette rosse sul viale della clinica invece le vedo ancora, vedo ancora le lacrime e il senso fluttuante della perdita e della morte degli altri. Mi interessavano le storie, e delle storie le immagini, non la letterarietà. Mi piaceva, la Mazzantini. Provavo pietà per quell’uomo che tradiva la moglie, anzi gli volevo bene davvero, era la personificazione di tutta l’infelicità del mondo, quindi praticava il male.
La mia prima storia d’amore finì perché non cancellavo le mail, quelle che mandavo ad un’altra. Avevo da poco scoperto che mi piacevano le donne e ritenevo lecito potessero piacermene tante contemporaneamente, ai tempi una in particolare che mi regalava bottiglie di vino rosso dal nome esotico, Marina Cvetic. Scopavamo in macchina all’uscita del casello autostradale, la sera mi mandava mail piene di sentimento che non cestinavo per vanità e alle quali rispondevo allo stesso modo, ma senza alcun sentimento. Le mail segrete durarono poco. Mi disperai spergiurando di non tradire più. Presto dimenticai lei e la promessa.
A sedici anni sei già quello che diventerai: io volevo conoscere per annientarmi e tu volevi divenire una donna perfetta. Lo eri. Ne avevamo tredici quando ti guardavo passare per i corridoi tra una lezione e l’altra e mi dicevo smettila. A quattordici ti amavo follemente, mi facevo bastare il tuo volermi bene, ma non era vero: ti ho odiata. Sedici, e non sapevo quasi più niente di te. Avevo un’intera vita davanti.
Qualche settimana fa ho scoperto che Marina Cvetic è la moglie del produttore vitivinicolo, ho sorriso. Non sapevo apprezzare i vini. A sedici anni non bevevo, prendevo sbronze atomiche. Di solito rhum e vodka alla pesca, mai più toccati. Tempo dopo le sbornie non sarebbero bastate, e dopo i vent’anni non sarebbe bastato il resto. All’eccitazione dello sballo, l’assuefazione sostituisce la perizia empiristica: ti cali qualcosa, temporeggi, ti annoi, calcoli l’emivita della sostanza (valore importantissimo) e quando comincia l’effetto passi alla catalogazione di tutte le paranoie sepolte appena riaffiorate sottoforma di angeli deformi, animali mitologici, o se hai preso una sòla un cazzo di niente. Poi, a seconda della concentrazione anfetaminica, ci si addormenta sfatti oppure ci si gira nel letto come una fettina panata e oleosa per tutta la notte.
Ho finito il terzultimo capitolo delle Particelle elementari ieri, con gli occhi umidi. Per me, non per Annabelle che muore. Ecco cosa deve essere la vanità, il narcisismo: credere che il protagonista sia sempre tu, penso, che la gravità del mondo risieda nel baricentro delle proprie pulsioni e qualsiasi cosa succeda 6 miliardi di persone saranno comunque attirate verso l’irresistibile polo della tua persuasione, un buco nero rivestito di lustrini rosa. Talvolta penso anche alla mia infedeltà psichica. Il suo incremento è direttamente proporzionale alla riflessione per arginarla o almeno comprenderla. Non ho alcuna risposta definitiva. Per di più, entrambe non portano da nessuna parte.

Still life of DNA Certe volte mi sono anche azzardata a pensare che sia stata tutta tua la colpa, il germe di quel disfacimento morale iniziato in un momento indefinito della mia adolescenza e protrattosi a colpa perpetua. Io volevo te, tu non potevi volere me, semplice come nei libri: disfatta, tragedia, condanna a morte, epilogo. Nessuno avrebbe immaginato che sarebbe potuta andare molto peggio. Che ci saremmo sentite, a tratti, due buone amiche a relativa distanza impegnate ogni due settimane al massimo tre a custodire un pezzo di vita tutto sommato felice, perché andata. Io avrei collezionato donne con la stessa urgenza disperata di chi ha una scadenza di morte e dilapida ogni risparmio fino al giorno in cui per magia continuerà a vivere, tu non mi conoscevi più. Che poi mi avresti amata, nessuno poteva saperlo, e io mi sarei rifiutata di farlo, malata cronica di passato, come una bambina cresciuta incontra la madre da cui fu rifiutata e a sua volta la rifiuta, la maltratta, compie l’incesto e la umilia. Si può fingere di non sapere che l’amore è un silenzioso ritorno all’utero, alle origini della vita, quando tutto è solo inizio eterno senza tempo. Ma io era l’unica cosa che sapevo. Ho rifiutato me e mandato indietro te, lì sulla collina di una scuola dalla quale ancora ridi senza amore, senza futuro,  sei ancora perfetta e bellissima. Non ti ho capita, ma non ho amato nessun altro. Retrocedi di dieci anni e stai ferma per tutta la vita, pescava la carta dei vigliacchi. Era già tutto scritto, per tutti la fine scrive gli inizi già prima che comincino. Non è mai possibile una nuova vita, un nuovo inizio, la probabilità di rimanere illesi al tempo e al suo determinismo spietato equivale a zero, non a due. Eppure.
Quando esco di casa guardo la tua, sempre. Oggi ho pensato che l’emivita dell’amore non esiste, quindi è eterno.

“Per consentire la replicazione, due eliche che compongono la molecola del dna si separano per poi attirare, ciascuna verso di sé, dei nucleotidi supplementari. Quello della separazione è un momento pericoloso, durante il quale possono facilmente intervenire mutazioni incontrollabili, quasi sempre nefaste.”

Michel Houellebecq, Le particelle elementari