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Imbecillsonetto (non porta pena)

Secondo nome è intelligenza
– segno di questa, dice un esperto
Primo anagrafica pertinenza
– sarà illusione, verrà coperto?

Ma se nel nome tutto è già scritto,
il metro e il verso della tragedia
vincon l’inedia, il groviglio fitto
buio rovescio di una commedia

di poco conto, sì poco, la mia:
– slanci sobri, troppe cadute – per
endecasillabo la sua geografia.
Un maggio bastardo proclama “sir

maria raffaella stacciarini
ambasciatrice di malinconia”

 

(Roba di endecasillabi stupidi, incastrati in sonetti pseudo-elisabettiani, roba di un ego duro a morire, di roba letta sul Post e, perché no, anche di te.)

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Fa’ ciò che ami. Ma anche no.

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Riflessione direi “necessaria” uscita su due Internazionali fa che disintegra il mantra del fa’ ciò che ami. Astenersi fan di Osho.

Pdf –> Il lavoro che ami è una trappola, di Miya Tokumitsu (pubblicato originariamente da Jacobin, qui)

 

“Incoraggiandoci a restare concentrati su noi stessi e sulla nostra felicità individuale, il Do what you love ci distrae dalle condizioni di lavoro degli altri e al tempo stesso conferma le nostre scelte, sollevandoci da qualsiasi responsabilità verso tutti coloro che lavorano anche senza amare quello che fanno. E’ la stretta di mano segreta dei privilegiati e una visione del mondo che maschera il suo elitarismo da nobile aspirazione a migliorare se stessi.
[…]
Se crediamo che lavorare come imprenditore nella Silicon Valley o pubblicista in un museo o come ricercatore in un istituto sia essenziale per essere persone autentiche -in pratica, per amare noi stessi- cosa crediamo delle vite interiori e delle speranze di quelli che puliscono le stanze d’albergo e riforniscono gli scaffali di un grande magazzino? La risposta è: niente.”

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La fiaba di Antonio Moresco

Dalla centotreesima pagina di Fiaba d’Amore, (Libellule Mondadori, 2014). Il colombo di Moresco poggia le sue zampette sul ballatoio della meravigliosa ragazza amata, ruota gli occhi da colombo, e parla:

“Che pena questa vita…” si diceva il colombo mentre volava molto in alto nel cielo nero che c’è tra la vita e la morte, battendo al sua ala ferita sopra la città illuminata dei vivi e poi sopra quella sterminata dei morti. “Che pena tutto questo dolore dei vivi e anche dei morti, tutte queste persone che si cercano e non si trovano, che pena tutto questo impossibile amore… Ma allora perché si cercano, se non si trovano? Ma allora perché si prendono gioco gli uni degli altri, perché si fanno del male, perché si feriscono, perché si lasciano, se poi devono continuare a cercarsi per non trovarsi? Ma allora perché certe volte si trovano, se non posso trovarsi e possono solo cercarsi?
Perché tutto questo? Solo perché sono così infinitamente soli che hanno bisogno di guardarsi almeno dentro uno specchio? Solo perché devono riprodurre altre donne e altri uomini infinitamente soli che si cercano e che non si trovano? Come sono soli gli uomini! Come sono sole le donne!”

Fine, più o meno.

Antonio Moresco Fiaba d'amore

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L’amore non ha confini, Sorrentino nemmeno

– Io oggi parto per sempre. T’ho scritto una poesia, l’ultima.
– Leggimela.
Amore, masturbami col mappamondo, voglio venire sul Marocco! Sono generoso, voglio fare del volontariato. La risolvo io l’aridità desertica del Sahara. Attento amore quanto spingi, potrei inondare il Nilo, sarebbe una strage… Ho distrutto tutti i campi coltivati. È proprio vero, l’amore non ha confini.

Digressione
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Il rumore del mare. Il silenzio della provincia, la nebbia, la bellezza della provincia.
Certe discrasie ti ammazzano sempre, non ci si abitua mai. Uno pensa di abituarsi. E pensa che ti ripensa, l’abitudine diventa meta-abitudine, che fa brutto solo a dirlo, figuriamoci a pensarlo e ripensarlo.

Io, ci sono delle cose che per quanto le penso te le elenco:

  • Perché la gente è felice?
  • Qual è per questa gente, se c’è, l’equazione vincente tra i pur numerosi ma futili motivi di felicità e la mostruosità della vita?
  • In quanti salotti giapponesi compariamo nello sfondo delle foto di viaggio? E cosa penseranno di noi, vedendoci, amici e parenti dei musi gialli in questione?
  • Come sarebbe andata se tu non te ne fossi andata?
  • Come, se io fossi rimasta?

Oggi, più del solito, risposte a vuoto tra cocci di Pandora. Mi sento come quando, come quando non hai similitudini. Mi sento senza di te.
Tornando al discorso delle abitudini, che poi pare uno lo lasci lì appeso per vagheggiare velleità letterarie, e invece sono solo una fotonica imbecille che da una vita si caga sotto di scegliere perché per tutta la vita, fuga a parte, l’opzione era apparsa unica:
ho fatto una scelta sì, che io sia viva non vuol dire fosse quella giusta.

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Però c’è sempre un però.