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Disapprovare la pioggia

Non so come iniziare questo post.

Cerco un attacco e l’unico che mi risuona in testa fa “questa piazza è sporca, andate via.” E’ domenica, ma una domenica fa.
Il film, girando rapidamente al contrario, mi riporta davanti al caffè La Fontana, dove in vetrina, sotto un cartello che dice “friendly happy hour”, si riflettono le ombre di Francesca, Pierluigi, Marco, Antonio, un centinaio di persone in tutto.

Li vedo, due ore dopo, gli altri. Hanno parcheggiato in stazione, camminano per le fondamenta silenziose e quasi deserte di Via della Colonnetta, poi per un dedalo di stradette che li riporta imprevedutamente indietro, in Piazza Marconi. Il richiamo di cento froci è troppo allettante per resistergli.
Questa piazza è sporca, andate via” urlano venendo verso il bar. La loro audacia è troppo facile, troppo grossolana per intimidirci. Hanno stemmi anacronistici sulle magliette e facce come le nostre. Il film si interrompe quando arrivano le forze dell’ordine a tirar giù la saracinesca sull’ennesimo sopruso italico, chi può sgattaiola via e chi rimane l’indomani tace.

Parlano solo i titoli dei giornali: “Chieti, insulti e sassi contro i gay”, il Messaggero. “Aggressione omofoba a Chieti”, La Repubblica. “Sassi e bottiglie contro i gay allo Scalo”, il Centro.
I gay”: sembrano una specie protetta detta così, un’etnia esotica, mica un problema. Non è il momento per farne un dramma, dicono. Perché mentre parli di omosessualità la gente non arriva a fine mese… La crescita è importante, ma no, prima si deve uscire dalla crisi… Risolvere il problema del precariato sì, ma dopo la riforma del sistema elettorale… Il problema è questo, no, un altro… Il problema non è mai quello e alla fine l’Italia è lo stivale dei problemi irrisolti senza gerarchia in cui sempre e comunque la rivendicazione dei diritti è una richiesta inopportuna.

A Francis Maude sembrava un po’ inutile la disapprovazione dell’omosessualità, diceva che era come disapprovare la pioggia. Ma qui sono piovute pietre, ingiurie, spranghe, bottiglie, calci di pistola. Qui piove sulla dignità e sull’orgoglio e sui diritti. La paura delle ritorsioni ha inumidito il coraggio dei cinque feriti e domenica 3 giugno ora è soltanto la data dell’ennesima denuncia contro ignoti accatastata alla già cospicua pila di un polveroso ufficio di polizia dove un don Ciccio Ingravallo de noantri spulcia confuso le troppe – decisamente troppe – scartoffie burocratiche mentre veloce si propaga l’eco dei primi commenti a caldo:

Ve la siete cercata.

Prima vi auto-ghettizzate e poi vi sbattete in piazza.

Avete fatto una scelta ma non ne accettate le conseguenze.

Cosa vi aspettavate?

Negli anni i gay hanno costruito una realtà parallela a quella ufficiale, un underground amoroso in cui i ruoli si sono confusi per necessità di sopravvivenza e il mimetismo ha reso più rudi le donne e un po’ più donne gli uomini. Poi gli anni sono passati e accanto alle donne mascoline e agli uomini effeminati sono cresciuti esseri strani che non lo diresti mai, insospettabili esseri umani accomunati l’un l’altro esclusivamente dalla medesima preferenza sessuale. Ora coesistiamo, siamo in mezzo a voi, di qualcuno non lo direste mai e altri li riconoscereste a chilometri, facciamo lavori come i vostri, ci incontriamo al supermercato e alle poste, da quando hanno accertato che non trasmettiamo nessun virus potete anche stringerci la mano senza brutte smorfie.
Negli ultimi tempi vi siete affannati a ribadirci il concetto di famiglia, negato di poterne avere una, avete parlato di contronatura e amenità simili, inventato bibbie omofobe e cure per la malattia, ci avete licenziati, stuprati, malmenati, emarginati.
Noi ci siamo fatti forza, insieme, abbiamo in risposta inventato un mondo allegro e colorato nel quale l’amore non è una scelta, è. Posate i bastoni, prendete un libro. Abbassate la voce, abbiamo le orecchie stanche. Perchè quest’Italia l’avete sporcata voi e, se proprio non ve ne potete andare, almeno lasciateci soli.

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Genesi del cavolo


Questo blog nasce da un cavolo.

Se c’è una cosa, anzi due, che proprio non sopporto sono le novità e gli addii.

Quelle come me, così radicate alle abitudini che se ne perdono una o perdono un braccio è uguale, non possono accettare che dopo intere estati di zucchine gratinate; zucchine stufate; zucchine fritte con la pastella; zucchine fritte e basta; zucchine alla julienne; zucchine al forno; pasta zucchine e gamberetti; zucchine e patate bollite; zucchine ripiene; zucchine zucchine zucchine… improvvisamente, da un giorno all’ altro e senza un perché, uno straccio di motivazione, dalla pentola magica della mamma spunti un cavolo.

Lo vedo fare capolino a pelo d’acqua. Un cavolo lesso, per la precisione. Dice lui addio per me alle tanto care e decennali zucchine.

Ora, oltre alla genesi c’è bisogno di un piccolo cenno sugli obiettivi: non voglio parlare qui del prezzo della verdura, del precariato, di un paese che fatico ad amare, di chi in questo paese ci si sveglia un giorno e non ti ama più, e quindi l’università, il lavoro che non c’è e quando c’è fa schifo, l’amore che disattende promesse e regala bestemmie, la passione che può diventar impiego, sì, se per anni ti fai bastare cavoli a colazione, pranzo e cena – la cosiddetta gavetta del cavolo.

Ma poiché è storicamente dimostrato l’inadempimento delle attese di ogni manifesto programmatico che si rispetti, molto probabilmente proprio di tutto questo si scriverà. Con disillusione e rabbia. Una rabbia, per così dire, pedagogica perché vorrei insegnare al lettore quel senso spietato delle cose che l’amore tenero di una donna per anni celò a me stessa. E vorrei che il lettore restituisse a me la speranza che, davvero, ancora, può essere altrimenti.

Questo blog, nemmeno tanto in fondo, nasce per filologica fedeltà alle parole rimpinzata da un maldestro tentativo di adeguarsi ai tempi. Se un blog è un “diario in rete” e allora intrappoliamoli questi giorni, aggiustiamo le maglie sbrindellate dal tempo e dalle burrasche, lasciamo andar via i pesci piccoli e poi rispingiamoci al largo. Tanto una nuova mareggiata ci sorprenderà sempre, così come inaspettata tornerà la bonaccia.

Di disincagliarsi dalle secche non si finisce mai. Tutto è bene quel che non finisce? Col cavolo.