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Imbecillsonetto (non porta pena)

Secondo nome è intelligenza
– segno di questa, dice un esperto
Primo anagrafica pertinenza
– sarà illusione, verrà coperto?

Ma se nel nome tutto è già scritto,
il metro e il verso della tragedia
vincon l’inedia, il groviglio fitto
buio rovescio di una commedia

di poco conto, sì poco, la mia:
– slanci sobri, troppe cadute – per
endecasillabo la sua geografia.
Un maggio bastardo proclama “sir

maria raffaella stacciarini
ambasciatrice di malinconia”

 

(Roba di endecasillabi stupidi, incastrati in sonetti pseudo-elisabettiani, roba di un ego duro a morire, di roba letta sul Post e, perché no, anche di te.)

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Fa’ ciò che ami. Ma anche no.

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Riflessione direi “necessaria” uscita su due Internazionali fa che disintegra il mantra del fa’ ciò che ami. Astenersi fan di Osho.

Pdf –> Il lavoro che ami è una trappola, di Miya Tokumitsu (pubblicato originariamente da Jacobin, qui)

 

“Incoraggiandoci a restare concentrati su noi stessi e sulla nostra felicità individuale, il Do what you love ci distrae dalle condizioni di lavoro degli altri e al tempo stesso conferma le nostre scelte, sollevandoci da qualsiasi responsabilità verso tutti coloro che lavorano anche senza amare quello che fanno. E’ la stretta di mano segreta dei privilegiati e una visione del mondo che maschera il suo elitarismo da nobile aspirazione a migliorare se stessi.
[…]
Se crediamo che lavorare come imprenditore nella Silicon Valley o pubblicista in un museo o come ricercatore in un istituto sia essenziale per essere persone autentiche -in pratica, per amare noi stessi- cosa crediamo delle vite interiori e delle speranze di quelli che puliscono le stanze d’albergo e riforniscono gli scaffali di un grande magazzino? La risposta è: niente.”

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La fiaba di Antonio Moresco

Dalla centotreesima pagina di Fiaba d’Amore, (Libellule Mondadori, 2014). Il colombo di Moresco poggia le sue zampette sul ballatoio della meravigliosa ragazza amata, ruota gli occhi da colombo, e parla:

“Che pena questa vita…” si diceva il colombo mentre volava molto in alto nel cielo nero che c’è tra la vita e la morte, battendo al sua ala ferita sopra la città illuminata dei vivi e poi sopra quella sterminata dei morti. “Che pena tutto questo dolore dei vivi e anche dei morti, tutte queste persone che si cercano e non si trovano, che pena tutto questo impossibile amore… Ma allora perché si cercano, se non si trovano? Ma allora perché si prendono gioco gli uni degli altri, perché si fanno del male, perché si feriscono, perché si lasciano, se poi devono continuare a cercarsi per non trovarsi? Ma allora perché certe volte si trovano, se non posso trovarsi e possono solo cercarsi?
Perché tutto questo? Solo perché sono così infinitamente soli che hanno bisogno di guardarsi almeno dentro uno specchio? Solo perché devono riprodurre altre donne e altri uomini infinitamente soli che si cercano e che non si trovano? Come sono soli gli uomini! Come sono sole le donne!”

Fine, più o meno.

Antonio Moresco Fiaba d'amore

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L’amore non ha confini, Sorrentino nemmeno

– Io oggi parto per sempre. T’ho scritto una poesia, l’ultima.
– Leggimela.
Amore, masturbami col mappamondo, voglio venire sul Marocco! Sono generoso, voglio fare del volontariato. La risolvo io l’aridità desertica del Sahara. Attento amore quanto spingi, potrei inondare il Nilo, sarebbe una strage… Ho distrutto tutti i campi coltivati. È proprio vero, l’amore non ha confini.

Digressione
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Il rumore del mare. Il silenzio della provincia, la nebbia, la bellezza della provincia.
Certe discrasie ti ammazzano sempre, non ci si abitua mai. Uno pensa di abituarsi. E pensa che ti ripensa, l’abitudine diventa meta-abitudine, che fa brutto solo a dirlo, figuriamoci a pensarlo e ripensarlo.

Io, ci sono delle cose che per quanto le penso te le elenco:

  • Perché la gente è felice?
  • Qual è per questa gente, se c’è, l’equazione vincente tra i pur numerosi ma futili motivi di felicità e la mostruosità della vita?
  • In quanti salotti giapponesi compariamo nello sfondo delle foto di viaggio? E cosa penseranno di noi, vedendoci, amici e parenti dei musi gialli in questione?
  • Come sarebbe andata se tu non te ne fossi andata?
  • Come, se io fossi rimasta?

Oggi, più del solito, risposte a vuoto tra cocci di Pandora. Mi sento come quando, come quando non hai similitudini. Mi sento senza di te.
Tornando al discorso delle abitudini, che poi pare uno lo lasci lì appeso per vagheggiare velleità letterarie, e invece sono solo una fotonica imbecille che da una vita si caga sotto di scegliere perché per tutta la vita, fuga a parte, l’opzione era apparsa unica:
ho fatto una scelta sì, che io sia viva non vuol dire fosse quella giusta.

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Però c’è sempre un però.

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Emivita

Quando esco dal portone la guardo sempre. I rami del susino coprono per metà la facciata della tua casa. Si vede bene il parcheggio davanti ai garage, una porzione di giardino, la porta-finestra della camera più piccola, si immagina il resto. Gli impiegati del comune vengono ogni tre/quattro mesi a sfrondare la pianta, allora la vista ha una mancanza in meno, spunta la veranda pistacchio della cucina. Mi manca parlare con te, non faccio fatica ad ammetterlo, sempre. Sempre mi sento terribilmente stronza, e triste.

L’ultima volta che ho pianto per un libro avevo sedici anni. “Non ti muovere”, Mazzantini. Nello stesso periodo lessi “Le particelle elementari”, mi aveva lasciato piuttosto indifferente è l’unica cosa che ricordo. Vivevo la mia prima storia d’amore e prevedevo le prossime. Quello di Houellebecq è uno dei tanti libri che ho perso in qualche trasloco. Le scarpette rosse sul viale della clinica invece le vedo ancora, vedo ancora le lacrime e il senso fluttuante della perdita e della morte degli altri. Mi interessavano le storie, e delle storie le immagini, non la letterarietà. Mi piaceva, la Mazzantini. Provavo pietà per quell’uomo che tradiva la moglie, anzi gli volevo bene davvero, era la personificazione di tutta l’infelicità del mondo, quindi praticava il male.
La mia prima storia d’amore finì perché non cancellavo le mail, quelle che mandavo ad un’altra. Avevo da poco scoperto che mi piacevano le donne e ritenevo lecito potessero piacermene tante contemporaneamente, ai tempi una in particolare che mi regalava bottiglie di vino rosso dal nome esotico, Marina Cvetic. Scopavamo in macchina all’uscita del casello autostradale, la sera mi mandava mail piene di sentimento che non cestinavo per vanità e alle quali rispondevo allo stesso modo, ma senza alcun sentimento. Le mail segrete durarono poco. Mi disperai spergiurando di non tradire più. Presto dimenticai lei e la promessa.
A sedici anni sei già quello che diventerai: io volevo conoscere per annientarmi e tu volevi divenire una donna perfetta. Lo eri. Ne avevamo tredici quando ti guardavo passare per i corridoi tra una lezione e l’altra e mi dicevo smettila. A quattordici ti amavo follemente, mi facevo bastare il tuo volermi bene, ma non era vero: ti ho odiata. Sedici, e non sapevo quasi più niente di te. Avevo un’intera vita davanti.
Qualche settimana fa ho scoperto che Marina Cvetic è la moglie del produttore vitivinicolo, ho sorriso. Non sapevo apprezzare i vini. A sedici anni non bevevo, prendevo sbronze atomiche. Di solito rhum e vodka alla pesca, mai più toccati. Tempo dopo le sbornie non sarebbero bastate, e dopo i vent’anni non sarebbe bastato il resto. All’eccitazione dello sballo, l’assuefazione sostituisce la perizia empiristica: ti cali qualcosa, temporeggi, ti annoi, calcoli l’emivita della sostanza (valore importantissimo) e quando comincia l’effetto passi alla catalogazione di tutte le paranoie sepolte appena riaffiorate sottoforma di angeli deformi, animali mitologici, o se hai preso una sòla un cazzo di niente. Poi, a seconda della concentrazione anfetaminica, ci si addormenta sfatti oppure ci si gira nel letto come una fettina panata e oleosa per tutta la notte.
Ho finito il terzultimo capitolo delle Particelle elementari ieri, con gli occhi umidi. Per me, non per Annabelle che muore. Ecco cosa deve essere la vanità, il narcisismo: credere che il protagonista sia sempre tu, penso, che la gravità del mondo risieda nel baricentro delle proprie pulsioni e qualsiasi cosa succeda 6 miliardi di persone saranno comunque attirate verso l’irresistibile polo della tua persuasione, un buco nero rivestito di lustrini rosa. Talvolta penso anche alla mia infedeltà psichica. Il suo incremento è direttamente proporzionale alla riflessione per arginarla o almeno comprenderla. Non ho alcuna risposta definitiva. Per di più, entrambe non portano da nessuna parte.

Still life of DNA Certe volte mi sono anche azzardata a pensare che sia stata tutta tua la colpa, il germe di quel disfacimento morale iniziato in un momento indefinito della mia adolescenza e protrattosi a colpa perpetua. Io volevo te, tu non potevi volere me, semplice come nei libri: disfatta, tragedia, condanna a morte, epilogo. Nessuno avrebbe immaginato che sarebbe potuta andare molto peggio. Che ci saremmo sentite, a tratti, due buone amiche a relativa distanza impegnate ogni due settimane al massimo tre a custodire un pezzo di vita tutto sommato felice, perché andata. Io avrei collezionato donne con la stessa urgenza disperata di chi ha una scadenza di morte e dilapida ogni risparmio fino al giorno in cui per magia continuerà a vivere, tu non mi conoscevi più. Che poi mi avresti amata, nessuno poteva saperlo, e io mi sarei rifiutata di farlo, malata cronica di passato, come una bambina cresciuta incontra la madre da cui fu rifiutata e a sua volta la rifiuta, la maltratta, compie l’incesto e la umilia. Si può fingere di non sapere che l’amore è un silenzioso ritorno all’utero, alle origini della vita, quando tutto è solo inizio eterno senza tempo. Ma io era l’unica cosa che sapevo. Ho rifiutato me e mandato indietro te, lì sulla collina di una scuola dalla quale ancora ridi senza amore, senza futuro,  sei ancora perfetta e bellissima. Non ti ho capita, ma non ho amato nessun altro. Retrocedi di dieci anni e stai ferma per tutta la vita, pescava la carta dei vigliacchi. Era già tutto scritto, per tutti la fine scrive gli inizi già prima che comincino. Non è mai possibile una nuova vita, un nuovo inizio, la probabilità di rimanere illesi al tempo e al suo determinismo spietato equivale a zero, non a due. Eppure.
Quando esco di casa guardo la tua, sempre. Oggi ho pensato che l’emivita dell’amore non esiste, quindi è eterno.

“Per consentire la replicazione, due eliche che compongono la molecola del dna si separano per poi attirare, ciascuna verso di sé, dei nucleotidi supplementari. Quello della separazione è un momento pericoloso, durante il quale possono facilmente intervenire mutazioni incontrollabili, quasi sempre nefaste.”

Michel Houellebecq, Le particelle elementari

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Venti poesie d’amore a Ladyhawke

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Ecco, allora: premettendo che se Siti, Arbasino e Busi fossero morti lui sarebbe il miglior italiano vivente, e visto che Siti è ormai un malato terminale di civismo degenerativo (quanto ci mancano i pompini lirici di Scuola di Nudo, Walter), Arbasino ha sbarrato il portone della sua torre d’avorio e Busi si è rincoglionito, possiamo pure quasi affermare o almeno supporre che lo sia.

Certo, Michele Mari pecca nelle lunghe distanze, alla centesima pagina le ossessioni arrancano sul già detto, l’evanescenza dei suoi fantasmi dilegua nella maniera, l’accademismo attenta la poesia, ma vabbè. A me fa tanto piangere e ridere. Perché quando i fantasmi e le ossessioni finiscono nei libri continuano nella vita, o viceversa, e ancora e sempre viceversa, per garantire ai posteri l’osmosi di fatti e parole iniziata col primo verso di Onan. Massa solare permettendo, si viceverseranno per altri 5 miliardi di anni, e Mari resterà un intermediario valido del ventunesimo secolo.
Delle Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, 2007) ve ne metto qui sotto 20, selezionate non in base a giudizi di valore, ma un po’ a casaccio e un po’ in ottemperanza al regolamento della Siae. Copiare un quinto dell’opera è legale, è illegale voi non la leggiate tutta.

La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
(donna di notte lei
e con la luce falco
lui con la luce uomo
e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

 . . .

Non piangere sul latte versato
verrà di notte il lupo
a leccarlo
perché il lupo è vago
delle cose perse

. . .

(Come se un lupo
fosse mai uscito indenne da una fiaba
come se in ogni falco
non si ripetesse degli Alberighi
l’antico scelo)

. . .

Fra il mulino bianco
e gli anelli di Saturno
la tua scelta era scontata

Ma non immaginerai mai
quanta farina
possono macinare quegli anelli

. . .

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
e il commento dice
due imbecilli

. . .

Nel cuore sì
nella vita no

Presumo che per dirlo
ti sei già procurata
un bisturi
un barattolo
e due litri di formalina

. . .

Nella mia testa
c’è sempre stata una stanza vuota per te
quante volte ci ho portato dei fiori
quante volte l’ho difesa dai mostri

Adesso ci abito io
e i mostri sono entrati con me

. . .

Tu non ricordi
ma in un tempo
così lontano che non sembra stato
ci siamo dondolati su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolìo
fu l’unica preghiera in senso stretto
che in tutta la mia vita io abbia mai levato al cielo.

. . .

Ogni volta che ci incontriamo
studio l’incanto per portarti via
ma ogni volta
ti giri su te stessa
e fai ritorno al tuo confortevole averno
Euridice che per ripetere i tuoi passi
non hai bisogno
della dabbenaggine di Orfeo

. . .

Amor ch’a nulla amato amar perdona
sempre suonommi assioma nauseabondo

Or s’è avverato
ma tale è il suo ritardo
ch’è come se nel punto di mia morte
dopo una vita di identiche giocate
venissero a informarmi
ch’è uscito finalmente il 10 000
sulla ruota di Alpha Centauri

. . .

Il tuo silenzio
dici
è pieno di me

Così so
come si sentono i morti
pensati dai vivi.

. . .

Il nostro fidanzamento è morto
adesso lo imbalsamo
poi mi iscrivo a un corso da ventriloquo
e come Norman Bates
apro un motel

. . .

Coincidere con chi si è diventati
credendo sia saggezza
è il più facile dei tradimenti
perché il suo castigo è nella pace

. . .

Ho messo quel che resta
del nostro fidanzamento
in una piccola bara bianca
che ho interrato al campo

Mentre mi allontanavo
con la vanga in spalla
ho udito dalle zolle
una vocina
ma mi avevi proibito di voltarmi
e non mi sono voltato.

Passaci tu però
così impazzisci.

. . .

Tertium dabatur
e sarebbe stato vivere
sfiorandoci

. . .

Avendo la testa montata all’indietro
non so cosa mi aspetta
ma quando cadrò nel vuoto
starò certamente ammirando
la sinossi di tutti i nostri incontri

. . .

Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.
Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante

. . .

Sei venuta a vedere per la prima volta
l’università dove insegno e dove ho studiato
il giorno stesso in cui mi hai detto addio

Non altrimenti l’assassino
fruga nel portafoglio della vittima
per saperle un nome
che ne renda più domestico
il fantasma

. . .

Dimmi
è stata l’ora legale a fregarmi
è stato quel furto
nella sostanza del tempo
a restaurare l’ora dei mariti
spedendo gli amanti
a bruciare nel sole?

. . .

Verrà la morte e avrà i miei occhi
ma dentro
ci troverà i tuoi

.

 

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Titolo opzionale, dice wordpress

Stamattina ho cercato qualcosa da dire e non l’ho trovato. C’era un tempo in cui questa era la norma, non l’eccezione di un martedì di merda.

Gli avvenimenti di quel gennaio ancor oggi mi tornano in mente in modo confuso, sparsi e intrecciati: di molte cose non ricordo più niente, di altre non so ricostruirne l’origine, e soprattutto mi sfuggono del tutto i passaggi, gli intervalli tra un incontro e l’altro, le soste, i pensieri concepiti nelle attese, com’ero fisicamente, cosa mangiavo, quanti minuti ci mettevo ad addormentarmi, roba così. Niente è ordinato nella memoria, tutto è stato lasciato al caso, all’ “ultima volta che”, al “per ora mettiamolo lì”.
Come se tutto si fosse improvvisamente rallentato: ogni giornata era un orologio con le batterie scariche che sembrava sempre lì lì per fermarsi e non lo faceva mai.
Sorridevo al giornalaio ma non era lo stesso che ieri diceva: “come va?”, “ti metto da parte l’allegato di sabato”, “sai, mia moglie non sta bene”. Era sparita la cortesia, la messinscena, il palchetto del volemose bbene. Lui era i due euro e il resto, se capitava. E come lui tanti.

Giocavo quotidianamente con piccoli fantasmi, riflessi di attimi costruiti come persone mie, appartenevano alla mia vita, erano stati lì per me. Io avevo fantasticato sulla loro umanità e lì avevo fatti buoni o cattivi, felici o infelici partendo da impressioni saltuarie: era dipeso tutto dal mio umore, dalla mia disponibilità a condividere. Finita quella, era finito tutto. La gente era gente e basta, un sottofondo inutile, generalizzato di lamentazioni a papera e sorrisi muscolari a reazione condizionata. Erano stati personaggi della mia fantasia, ma ora non mi appartenevano più, non sapevo più inventarmeli.
Così con gli amici. Li avevo abbandonati uno alla volta, senza dirlo, senza dichiararlo. Avevo lasciato che tutto decantasse, che cessassero gli incontri, si interrompessero i saluti. Qualcuno era stato trattato malamente, qualcun altro con tenerezza, ma sempre e comunque con la ferma malinconia dell’abbandono.
Ai curiosi rispondevo a monosillabi e, d’altronde, non avevo risposte migliori. Non si trattava, per dire, solo di un amore perduto, questo no, non dovevano pensarlo, perché era offensivo, riduttivo, perché non era così.
Ero, mi sentivo, in un punto qualunque dell’universo, senza sapere di terre, luoghi, pianeti, senza avvertire la benché minima scia di un’onda radio da seguire.
Arrivai presto a scoprire l’inutilità degli occhi, delle mani, e a non fargli arrivare più ordini; provai il pensiero perdente, la metodica sconfitta dei ricordi. Negai, riviste in luce nuova, i giorni più belli, negai gli entusiasmi, tolsi l’alone magico alle feste, agli incontri: mi rimase la stupidità delle attese immotivate, il vuoto insomma, a cui diamo senso noi soli, senso e figura, per non morirne ubriachi.

Quando l’orologio riprese a scandire l’orario giusto, l’ora eterna dell’uomo, capii che, anche a volerlo, non sarei più riuscita a coltivare la mia apatia. Me la stanavano tutti; per caso, dicevano, per coincidenza, niente di personale. Stavo riprendendo colore contro la mia volontà. La malinconia non era più quella bella, grassa e dolorosa di mesi prima, ma quasi di maniera. Mi accorsi più volte che dovevo richiamarla, evocarla di proposito, da sola non veniva più. Per mesi avevo odiato le cose com’erano prima e ora odiavo non trovarle più com’erano prima.

Dopotutto mi sembrava un miracolo che fossimo riuscite a sopravvivere senza capirci. E invece era soltanto una visione. Avevo riciclato con te la mia dannata fantasia.

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dieci

Ho visto quel m’aspettava
chiodi per piccioni, un muro fumo
la sigaretta che montava cerchi
nel blu di primavera tra la bruma

Sovrumana impresa di sottecchi
guardava me nelle sue attese
mentre cercavo *dio
su per le vagine, beccai mai niente
*io

Con questo fanno dieci
tenesse pure il resto,
non è mesto il ricordo
di quando

amò l’attesa, gli anni ed i piccioni:
trovò se stessa
sola. Fu il mio un vagìto morto
tra le sue stagioni.

* L’asterisco indica una forma ricostruita e non documentata, di cui si presuppone l’esistenza.

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E da domani

E da domani?
Sai cosa – e da domani – è solo questa la domanda. Più che un problema una domanda. Come si colma il vuoto dei giorni a venire. E in quale modo si dimentica la felicità non pienamente còlta degli anni passati.
– Io non ho uno ieri. Non lo so – dici, amico. Aggiungi che l’unica volta che hai avuto uno ieri da innamorato, all’indomani di quella volta percorrevi la A24 da casello a casello piangendo un rifiuto. Quanti catini  riempirebbero le lacrime che hanno percorso quella strada?
Anzi no, dicevamo,

– Mi dai un goccio di birra?
– Ho i bicchieri a fiori però.
– Che mi frega.
– Ho solo quelli.

Mi preoccupa il domani perché ho giocato con il tempo, amico mio. È che nel tempo e nel frattempo ci sono capitate loro. Cosa dovevo fare io, non amarle?, che cattiveria.
Una era il passato e che passato, dieci anni di occhi azzurri e ventricoli ansimanti. Verdi, amavo quegli occhi che diventavano verdi quando il sole si nascondeva. La adoravo anche all’alba, e tornavano azzurri.
L’altra perché assomigliava al futuro. E non mi amava. Anelavo ad un futuro che non voleva me, insomma. È la metafora esistenziale dei giovani nel 2013 dici, e che ne so io.
Sì, ok, le ho amate nello stesso tempo, ma cosa importa, il tempo ce lo siamo inventati noi per darci un senso. Credi ancora che l’amore abbia un senso? Certo che no, tu sei sveglio.

– È terribile ‘sto bicchiere, quelli del San Michele sono più chic.
– Sai qual è il problema, più che una domanda un problema? Che non puoi mai leggere per la prima volta un libro che hai letto già.
– Già.

Caro amico vorrei regalare alla tua vita un incipit bello come quello bellissimo di tante righe dense e pur leggére con una sola virgola quella sì posso tieni eccola, ma per il resto non ne sono capace lo sai. Vorrei anch’io come lui, lo scrittore degli scrittori, aver sposato e  lasciato due mogli, poi adesso vivere felice con la terza, perché l’abbandono è coraggio.
La prima l’avrei sposata all’improvviso, te lo posso giurare, un giorno saremmo uscite da casa insieme su un’unica bicicletta. Forse sospinta da un momento di stupida cavalleria l’avrei fatta sedere sulla canna e bestemmiato ad ogni tendersi e flettersi di questo mio moscio quadricipite. Ma al ritorno avremmo pedalato di brutto – avrei pedalato, perché lei sorrideva e basta – e costeggiato tutto il lungomare vecchio fino al porto. Ci saremmo divertite a contare le palme rimaste indenni al punteruolo rosso e dopo secoli di scienza inutile avremmo provato, noi, che la terra è rotonda spiando sparire la Geneviève ad una certa altezza dell’orizzonte; il cielo prima verde, più in alto azzurro. Dalla cima del molo avremmo visto solo futuro, anche senza vederlo.

– È tardi, quando vuoi che vada dimmelo.
– Sì, te lo dico.

Che bello, amico, sapere che non dirai niente. Che bello senza dire nulla scegliere, avere coraggio. Sfidarsi: se me ne vado e scendo tutti gli scalini fino al portone prima che si spenga la luce delle scale accesa due minuti fa dal vicino, domani lei tornerà.
Ma io sono solo passato /quanto la amo/ E il passato è sempre il solito codardo passivo, si fa abbandonare, lui non fa niente di suo. Mica si muove mai.
Caro amico, vorrei che domani il riflesso dei miei capelli sciolti disegnasse quelle arpe gotiche sugli argini scarnificati del torrente Albula, che domani ci dessimo finalmente pace capendone il significato senza l’aiuto di google images.
Se chiudi gli occhi, guarda, anche questo Albula lercio è il Tennessee. L’Albula conduce presto al mare, puoi aprirli ora: ecco il mare sterminato, l’eterna scelta, la tentazione, la caduta e la redenzione. Eccoci, guardiamoci. Ma è davvero troppo tardi. La Geneviève l’hanno rottamata tre giorni fa, niente più mari per lei.
Ah, alla seconda moglie, te lo giuro, avrei detto addio con un
– Ciao, io allora vado.
Sì, effettivamente si è fatto tardi. I bicchieri coi fiori li cambio, promesso. A domani.

La domanda andava fatta così: se domani non ho più il passato?, e se domani non ho più me stessa? Dove lo metto quello che ora sento e ricordo, e che domani dimenticherò?
Solo tanti punti esclamativi a chiamarne sempre altri, un circolo vizioso che lei ha lasciato arresa e per disperazione. Quanto la amo, anche oggi che intuisco la sua vita solida dai finestrini del treno, la amo perché se domani sarà senza di me la sua vita sarà bella, come quella di tutti gli altri laggiù sulla terra, ferma e immobile, loro che rimangono solidi e ben piantati (hanno dimenticato, vero?) mentre la voce di una donna grassa annuncia la prossima stazione; non è casa mia.

Non soltanto ciò che ricordiamo, ma anche ciò che dimentichiamo ha una dimora. Forse è ammassato ai confini del mondo, l’oblio collettivo. Là, siamo noi.

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Digressione
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Quella casa. La abbatteranno prima o poi. Me lo hai promesso. Per il tempo che resterà così, disabitata e vuota, ti lascio un rimario futile e banale, corrispondenze stupide come solo i ricordi sanno essere.
Però, dicevi, c’è sempre un però. Stupide anche le congiunzioni avversative, separano prima i concetti e poi le persone. La grammatica è continua separazione, pausa, ricongiungimento, caos che sembra logica e invece è caos, un punto fermo per finire.
Non finisce niente, amore mio, le parole continuano anche quando il rumore finisce, quando tutto sembra silenzio di sottofondo ecco che si stanno formando le parole che lo romperanno. Il linguaggio è uguale alla vita, un ciclo continuo di perdite e conquiste, entrambe fittizie, punteggiature embrionali che esplodono e riempiono il mondo di silenzi e parole con cui lavoriamo, compriamo, facciamo l’amore, contrattiamo, ci insultiamo, con le parole in bocca ci moriamo. Discorso lungo.
Però, dicevamo, fin quando rimarrà in piedi, sarò io la custode della tua carcassa di cemento sulla collina, una volta piena di vita e di futuro.
In fondo, a pensarci bene, è la cosa che più ci somiglia.

Abbatteranno quella casa e il cuore
avrà il riposo immaginato sempre,
il cingolato scandirà le ore:
morte di una palazzina in novembre.
Le tapparelle cachi, le galline di tua nonna
i cactus di tua madre, tuo padre ancora
in viaggio, e quando torna.

Rifiuterai il ritorno, già diversa
lontana, in fase di abluzione
della tua Penelope dispersa
che di rimpianti farà cassa integrazione.

Si abbatterà sui cespugli di more
appassiti, la parete con le fotografie
il rovo attutirà il frastuono
a cassetti vuoti delle mie

Io, che due lustri son passati in fretta,
perdonerai, non so dimenticare
quel niente che mi teneva stretta
nell’infinito riflessivo lasciarti andare.

Tu donna, tu la prima, peccato bieco
Eva e Penelope eran la stessa troia
(Ulisse se l’è inventato un cieco);
se tesse nuove mele il boia 
Abbatteremo quella casa, amore:
sui calcinacci insieme balleremo gli anni
di chi si inganna a lungo e all’improvviso muore.

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Un amore

Compiti per tutti: non leggete mai Dino Buzzati prima di andare a dormire.
Se proprio perché siete degli idioti vi dovesse capitare, la mattina dopo scappate dal letto del misfatto, lavatevi il viso con l’acqua gelida di gennaio e quello che vi ha fatto più male, fate come me, ricopiatelo. A penna, a macchina, battetelo sulla tastiera, ripetetelo a memoria sbagliandolo. Insomma, fate qualcosa, qualsiasi cosa, ma esorcizzatelo.
Vogliate scusarmi, io non ho copiato tutto tutto, voi potete fare di meglio. Giustificate queste espunzioni con la pigrizia nella copiatura, basterà a capirne il senso. I dettagli narrativi e didascalici – che pure mi ricordano qualcuno se ci penso, e almeno per i minuti che restano a queste parole non vorrei pensarci – sono insiti in ciascuno di noi, in forme apparentemente diverse.
Sarebbe poi un così grande sgarbo agli animi inquieti e innamorati, a me, a voi, dire tutto, come se tutto si potesse dire, che ho preferito evitare.
Allora ho eliminato le scogliere, la campagna della periferia milanese, il nome di lei (Laide, ndr), qualche patema d’animo di troppo, le descrizioni accessorie e fondamentali, ho espunto tutto il resto del libro, Un amore (Arnoldo Mondadori editore, 1963), considerato dagli eruditi un insolito nella produzione di Buzzati.
Forse, in effetti, questa vicenda nabokoviana non è un romanzo ma una scheggia di luce, è un raudo inesploso che nelle pagine deflagra al rallentatore, un segreto confessato una volta da sbronzi e poi seppellito. Per sempre.
In fondo, qui, per i non eruditi che ancora si ostinano a imparare l’amore, per i puri, c’è già tutto quello che basta: Antonio Dorigo (di Dorigo ne è pieno il mondo) che spinge il pedale sull’acceleratore verso il baratro felice di un non amore e la corsa verso Laide, ché anche lei abita le donne di ogni dove, incolpevoli stupide ninfette indifferenti quando il cuore è il malato organo degli altri.
Ho già detto troppo. È che qui c’è l’allusione più bella a quel ciclico e imprevedibile scambio di ruoli che è l’avvicendarsi dei rapporti umani. Troppo, sì. Troppo uguali sempre, noi, uguali l’inizio, la fine, le donne, gli uomini, le stesse storie per tutti, il dolore, e nel dolore la gioia, l’amore, la morte, l’amore, per sempre.

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Un amore, Dino Buzzati, pagg. 108/114

“Svegliarsi presto, per Antonio, è morte civile.
[…] Partì alle sei e mezzo. Trovò le strade vuote. Peccato che il cielo fosse grigio.
La sveglia alle sei, di per sé dolorosissima, fu una specie di meraviglia all’idea di lei che lo aspettava.

Ogni volta che il piede pressava sul pedale dell’acceleratore era uno spazio in meno che lo separava da lei.
[…] La campagna deserta, prati fumiganti di nebbia e in fondo lunghi schieramenti di pioppi altissimi a quinte successive che si perdevano nelle lontananze. Via via che lui correva, da una parte e dall’altra gli alberi ruotavano concentrandosi in folla verso l’estremità del rettilineo e poi sgranandosi di fianco, mentre altri, più lontani gli correvano avanti a rinserrarsi verso l’orizzonte; come se due immense piattaforme girassero in senso opposto una a destra, una a sinistra.
[…] Poi gli parve che nel loro moto, corrispondente in senso inverso allo spostamento della macchina, i filari dei pioppi intendessero dirgli una cosa. Sì, la fuga degli alberi – intreccio fluido e cangiante di prospettive in una duplice rotazione della campagna a perdita d’occhio – aveva assunto una speciale intensità di espressione come quando uno sta per parlare.
Lui correva, volava anzi in direzione dell’amore e pure gli alberi che scivolando al limite delle praterie, erano portati via da qualcosa più forte di loro. Ciascuno aveva una sua fisionomia, una forma speciale, una sagoma diversa. Ed erano tanti, migliaia e migliaia. Eppure una comune forza li trascinava nel gorgo. Tutti i pioppi della smisurata campagna fuggivano esattamente come lui ruotando in due vastissime ali ricurve.
Era uno spettacolo, nel solitario mattino, con la strada vuota dinanzi e i prati vuoti, le campagne vuote, non si vedeva un’anima, sembrava che, tranne lui, tutti si fossero dimenticati che esistesse quel pezzo di mondo. E lei era laggiù in fondo dietro l’ultimissimo sipario di alberi anzi molto più in là, probabilmente stava dormendo con la testa sprofondata nel cuscino, fra lista e lista delle tapparelle la luce del giorno nuovo penetrava nella stanza illuminando la massa dei suoi capelli neri, immota. Era sola?
Allora, egli all’improvviso capì il senso di quel naturale incantesimo. Di colpo egli capì ciò che tutta la natura gli diceva, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restare stupefatti. […] Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere, se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici?
Dovunque c’era nascosto il pensiero inconfessato di lei, anche se non sapevamo neppure chi fosse.

[…] Se quando era ragazzo uno glielo avesse detto, e lui avesse potuto capire, ciononostante avrebbe sempre detto di no, che non era vero, per una forma di pudore. Così anche gli altri diranno di no, che è un’idiozia, che è retorica, romanticismo fuori tempo. Eppure, interrogati, non sapranno indicare altrimenti perché li commuove la burrasca marina o l’arco diroccato dei Cesari o la dondolante lanterna nel vicolo dei bassifondi. Mai confesseranno che in quelle scene c’è anche per loro il richiamo a un sogno d’amore, nonostante il disgusto che una simile espressione possa dare.
[…] Eppure se nei viaggi non ci fosse quel barlume romanzesco e inverosimile, non si muoverebbero da casa. Il vagabondare di frontiera in frontiera, di albergo in albergo, diventerebbe un supplizio.
E il fatto universale della poesia? Come mai tanti paesaggi, selve, giardini, spiagge, fiumi, alberi, crepuscoli nei versi della donna amata? Perché nella natura, i poeti, più ancora degli altri riconoscono il riferimento fatale. Le torri antiche, le nuvole, le cateratte, le enigmatiche tombe, il singhiozzo della risacca sullo scoglio, il piegarsi dei rami alla tempesta, la solitudine dei greti nel pomeriggio, tutto è un’indicazione precisa a lei, la donna nostra, che ci incenerirà.
Ogni cosa del mondo congiurando con le altre cose del mondo in complotto sapientissimo per promuovere la perpetuazione della specie.

Era un’intuizione così bella e geniale che in altre circostanze egli ne avrebbe avuto soddisfazione. Ma, proprio per la sua esattezza, oggi a lui procurava solamente dolore. L’espressione degli alberi fuggenti corrispondeva infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato. Egli correva in direzione di lei benché sapesse che laggiù lo aspettavano soltanto nuovi affanni, umiliazioni e lacrime. Ma lui correva a perdifiato ugualmente, il piede premuto con tutta la forza sul pedale, per la paura di perdere un minuto.
I pioppi della pianura, spostandosi processionalmente, a schiena curva, sembrava gli dicessero: fermati, uomo, fa’ dietro front, non pensare più a lei e seguici, non correre alla tua rovina. Noi ti condurremo al remoto paradiso degli alberi dove esiste soltanto benessere, canto di uccelli e pace d’animo. Non ostinarti.
Era così persuasivo il loro discorso che a un tratto egli fu preso da un turbamento interiore, si spostò sulla destra e si fermò.
Ma nello stesso istante si è fermato anche tutto il paesaggio intorno a perdita d’occhio e a lui dinanzi, in fondo alla deserta pista d’asfalto, il crocchio degli alberi rimane compatto e immobile né si scioglie più sgranandosi da una parte all’altra, i pioppi non sfuggono più, non gli dicono più fermati, non osano più dirgli niente perché capiscono che non c’è nulla da fare, gli alberi gli dicono sì è vero, laggiù in fondo, al sud, dove la strada finisce, c’è lei che aspetta per farti dannare, ma non importa, tanto!
Tanto, il sole è già alto, e noi non ti possiamo salvare.”

Ecco, è troppo.


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Per la donna che è in te, ovunque lei sia.

Scrivo a te
per  convogliare queste bulimìe di scrittura che non mi faranno mai vomitare un romanzo non dico geniale ma almeno coerente nel più banale degli sproloqui pieno zeppo di refusi e senza virgole giacché sono stufa delle pause qua è tutta una pausa ma vabbè
Scrivo a te
perché ho bisogno di un destinatario perché non riesco più a sopportare la mia stupida coinquilina e i suoi stupidi programmi televisivi e oggi è arrivato il suo stupido ragazzo da una qualche montagna qui vicino quantomeno oltre all’acqua marcia  per tutto il corridoio che cazzo ho dato lo straccio due ore fa c’ha portato cinque ceres una cassa di campari e tre coche light ma per fortuna la coca era per le altre ed io mi sono sacrificata
Scrivo a te
forse con queste parole starai meglio chissà come quando ti sentivi un po’ meno estranea a te stessa se leggevi Proust e ti riconoscevi nelle notti bianche di Dostoevskij  ma nessuno capiva e ti facevano battute sul candore delle notti che di sicuro non era nei libri semmai appiccicata a qualche specchio o alle schede dell’esselunga e tu dicevi che sì certo ovviamente lo sapevi mica eri idiota era anche quello ma proprio perché non riuscivi a dormire col naso tappato e sentivi il cuore che ti scoppiava e gli occhi stracolmi di basta con tutto questo l’unico modo per respirare fino all’alba era affidarsi alle pagine delle vite degli altri e sempre a te che da quando hai cambiato vita vai a dormire tardi lo stesso ma ti alzi all’aba e raramente ti chiedi che senso abbia svegliarsi presto se sprechi il tempo a pensare al passato
Scrivo a te
che avevi così tanta paura di rimanere sola e viceversa adesso è la solitudine ad avere il terrore di te e ha smesso ormai da tempo di considerarti  perché pure lei si sente asfissiata da quel tuo rincorrerla e misconoscerla subito dopo come fai con la gente che ami o meglio non ami e nemmeno tu ci credi scrivo dei tuoi saggi consigli quando agli altri predicavi di fermarsi in un punto preciso e godersi il momento e tu invece col cazzo che ti sei mai fermata un attimo hai fatto sempre appello a quello che più che un appello era un disperato bisogno di giustezza anzi di perfezione di compiutezza
Scrivo a te
non dovevi dimenticare la bambina che giocava in riva al mare ecco l’errore fatale non dovevi proprio lasciarla annegare solo perché volevi rinascere donna tanto alla fine dalle acque hai visto risorgere soltanto una fenice ogni giorno diversa ambiziosa apatica tossica tediosa abulica cristallina intelligentissima scema che poi s’assomigliavano tutte
e la vita sì l’hai cambiata ma ridaresti indietro anche questa
Scrivo a te
che le possibilità le hai avute e tante ne hai acciuffate con la puntualità dell’Eurostar Sbt/Mil quella notte in cui non ci salisti più perché lei t’aspettava e tu volevi farti aspettare come tutte le donne destinate all’eterno pentirsi ti sei fatta aspettare per anni mentre dentro di te il rimpianto meticolosamente costruiva un castello d’amore di sabbia dagli occhi blu che caro dopo tutti questi anni è ancora il tuo migliore amico immaginario il desiderio sempreverde il germe  proliferante della tua ossessione

Scrivo a te
perché chissà forse un giorno a forza di vomitare parole chissà forse prima di scrivere un romanzo che non scriverai forse nei labirinti del castello la perderai. Queste parole sono la promessa che solo allora ti ritroverai.

Vladimir Nabokov's interview

Vladimir Nabokov’s interview

 

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Disapprovare la pioggia

Non so come iniziare questo post.

Cerco un attacco e l’unico che mi risuona in testa fa “questa piazza è sporca, andate via.” E’ domenica, ma una domenica fa.
Il film, girando rapidamente al contrario, mi riporta davanti al caffè La Fontana, dove in vetrina, sotto un cartello che dice “friendly happy hour”, si riflettono le ombre di Francesca, Pierluigi, Marco, Antonio, un centinaio di persone in tutto.

Li vedo, due ore dopo, gli altri. Hanno parcheggiato in stazione, camminano per le fondamenta silenziose e quasi deserte di Via della Colonnetta, poi per un dedalo di stradette che li riporta imprevedutamente indietro, in Piazza Marconi. Il richiamo di cento froci è troppo allettante per resistergli.
Questa piazza è sporca, andate via” urlano venendo verso il bar. La loro audacia è troppo facile, troppo grossolana per intimidirci. Hanno stemmi anacronistici sulle magliette e facce come le nostre. Il film si interrompe quando arrivano le forze dell’ordine a tirar giù la saracinesca sull’ennesimo sopruso italico, chi può sgattaiola via e chi rimane l’indomani tace.

Parlano solo i titoli dei giornali: “Chieti, insulti e sassi contro i gay”, il Messaggero. “Aggressione omofoba a Chieti”, La Repubblica. “Sassi e bottiglie contro i gay allo Scalo”, il Centro.
I gay”: sembrano una specie protetta detta così, un’etnia esotica, mica un problema. Non è il momento per farne un dramma, dicono. Perché mentre parli di omosessualità la gente non arriva a fine mese… La crescita è importante, ma no, prima si deve uscire dalla crisi… Risolvere il problema del precariato sì, ma dopo la riforma del sistema elettorale… Il problema è questo, no, un altro… Il problema non è mai quello e alla fine l’Italia è lo stivale dei problemi irrisolti senza gerarchia in cui sempre e comunque la rivendicazione dei diritti è una richiesta inopportuna.

A Francis Maude sembrava un po’ inutile la disapprovazione dell’omosessualità, diceva che era come disapprovare la pioggia. Ma qui sono piovute pietre, ingiurie, spranghe, bottiglie, calci di pistola. Qui piove sulla dignità e sull’orgoglio e sui diritti. La paura delle ritorsioni ha inumidito il coraggio dei cinque feriti e domenica 3 giugno ora è soltanto la data dell’ennesima denuncia contro ignoti accatastata alla già cospicua pila di un polveroso ufficio di polizia dove un don Ciccio Ingravallo de noantri spulcia confuso le troppe – decisamente troppe – scartoffie burocratiche mentre veloce si propaga l’eco dei primi commenti a caldo:

Ve la siete cercata.

Prima vi auto-ghettizzate e poi vi sbattete in piazza.

Avete fatto una scelta ma non ne accettate le conseguenze.

Cosa vi aspettavate?

Negli anni i gay hanno costruito una realtà parallela a quella ufficiale, un underground amoroso in cui i ruoli si sono confusi per necessità di sopravvivenza e il mimetismo ha reso più rudi le donne e un po’ più donne gli uomini. Poi gli anni sono passati e accanto alle donne mascoline e agli uomini effeminati sono cresciuti esseri strani che non lo diresti mai, insospettabili esseri umani accomunati l’un l’altro esclusivamente dalla medesima preferenza sessuale. Ora coesistiamo, siamo in mezzo a voi, di qualcuno non lo direste mai e altri li riconoscereste a chilometri, facciamo lavori come i vostri, ci incontriamo al supermercato e alle poste, da quando hanno accertato che non trasmettiamo nessun virus potete anche stringerci la mano senza brutte smorfie.
Negli ultimi tempi vi siete affannati a ribadirci il concetto di famiglia, negato di poterne avere una, avete parlato di contronatura e amenità simili, inventato bibbie omofobe e cure per la malattia, ci avete licenziati, stuprati, malmenati, emarginati.
Noi ci siamo fatti forza, insieme, abbiamo in risposta inventato un mondo allegro e colorato nel quale l’amore non è una scelta, è. Posate i bastoni, prendete un libro. Abbassate la voce, abbiamo le orecchie stanche. Perchè quest’Italia l’avete sporcata voi e, se proprio non ve ne potete andare, almeno lasciateci soli.

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Antiche insonnie

È notte. È buio fuori, quindi è notte. Lei si è fatta la tisana, quella al finocchio. Depurativa, rilassante. Prima si è struccata, con cura, e mi piace… mi piace perché è l’unica, lei, che ancora lo fa con cura. Tutti gli altri cercano di tenersi il trucco addosso più che possono.
Sì, ma certo. È notte.
Si toglie i vestiti, lei, stancamente. Li appoggia alla sedia. Si volta verso di me. Tiene tra i denti uno sbadiglio. Poi senza sorriso, ma con dolcezza si gira verso di me.
“Perché non dormi?”
Perché non dormo?!
Mi risuona qualcosa dentro, quando me lo chiede, lei, e sarà quella campana di mezzanotte con la lingua di ferro, quella campana della chiesa del cimitero… sarà che, la notte, porca miseria la notte non finisce mica la mattina.
Ecco cosa, che non dormo.
Non dormo e basta. Mai sofferto d’insonnia io. Sono quella delle otto ore precise. Sempre dormito. Anzi, potessi sempre dormire fino a tardi, io… Eppure stasera non dormo.

Non dormo, non dormo perché mentre dormo succedono cose che non voglio che succedano. Non dormo perché mi sembra che tutti stiano dormendo, e non mi piace far parte del gregge. Un gregge fatto delle stesse pecore che dovrei contare per addormentarmi.
Non dormo perché la notte quella vera, nel suo silenzio, la notte è piena di pensieri, piena di parole che di giorno me le rubano i clacson. Non dormo perché i film più belli li fanno di notte, perché ho digerito male, perché ho di nuovo fame e vorrei teletrasportarmi al frigo. Non dormo, non dormo perché la notte più buia è il giorno che è appena finito, non dormo perché voglio sognare ad occhi aperti.
Non dormo perché da qualche parte un barbone ha freddo, un altro ha male ai piedi, un altro invece se la cerca, e decide di non tornare a casa.
Non dormo perché c’è chi la casa non se la può più permettere e non ha mai fatto il barbone, ma finirà per aver freddo, male ai piedi.
Non dormo perché il mio vicino di casa ha aperto un sito in cui vende le foto della sua ragazza nuda, e si vantano, che ci fa un sacco di soldi. Non dormo perché lei la considerano tutti un po’ mignotta, mentre invece le modelle del calendario Pirelli no. E forse hanno ragione.
Ecco. Non ho sonno perché sono fregata.

Non dormo, non dormo perché ho paura della paura degli altri.
Non dormo perché la gente conta più delle persone e se la gente si compra con trenta denari, le persone da sempre non si possono comprare.
Non dormo perché il moralismo è diventato rivoluzionario e l’estroversione conservatrice. Tutto è mischiato male. L’Italia è una ricetta con gli ingredienti giusti, ma nelle dosi sbagliate.
Non dormo perché è diventato eversivo pagare un biglietto dell’autobus, e quando lo paghi sono in due a odiarti: quelli che non l’hanno pagato, e quelli che te lo fanno pagare il doppio perché nessuno lo paga. Ma l’autobus non lo prendo più da un pezzo e allora dormo di più la mattina perché tanto con la macchina cinque euro cinque minuti e arrivo dove devo arrivare.
Ma dove devo andare?

Non dormo perché di giorno ci sono le telenovelas. Di notte ci sono i vecchi telefilm.
Non dormo perché piuttosto che il telegiornale, anch’io preferisco ricontrollare chi ha ucciso Laura Palmer.
Non dormo perché la libertà è diventata il volo di un moscone. Gira, gira, gira tutt’attorno a una gigantesca… Insonnia. No, non è insonnia. Mai stata insonne, io.

Non dormo, non dormo perché bisogna vegliare su quello che è rimasto.
Non dormo perché una volta un vecchio mi ha detto che le pistole, agli americani, gli avevano dato solo quelle inceppate. Quelle altre lo sapeva lui dov’erano. E il vecchio adesso è morto. Stanno morendo tutti, e si portano i loro segreti sottoterra, tanto nessuno è più in grado di capirli.
Non dormo perché non esistono i poveri ma belli. I poveri sono brutti, e la miseria imbruttisce anche gli animi, non è vero che il lavoro nobilita l’uomo, semmai lo fa mangiare, lo tiene occupato.

Solo che non dormo, perché non c’è più nessuno che ti insegna un mestiere, te lo devi inventare e siccome manca la fantasia ritorniamo ai mestieri più antichi della Storia.
Non dormo perché l’unico talent dei talent show è la mancanza di dignità che devi dimostrare. E per far vedere che sai cantare, ti riprenderono sotto la doccia, o mentre piangi.
Non dormo perché i quiz televisivi dove bisogna capire che lavoro fa una persona guardandolo in faccia sono troppo facili. È semplice, sono tutti disoccupati. Sono precari, anzi. Sono figuranti.
Non dormo perché Fante, Baricco, Proust, Hemingway.
Non dormo perché uno spagnolo l’aveva detto, della dictablanda: sembra una democrazia, invece è un fascismo col cazzo moscio. Un cazzo piccolo come quello del fascismo, ma è pure moscio.
Non dormo perché forse non è rosso come quello di una volta, ma il mio cuore batte ancora a sinistra.
Non dormo perché il comunismo, quello vero, faceva davvero schifo.
Non dormo, non dormo perché in questa Babele, ormai, parliamo tutti la stessa identica lingua: il css, l’html, qualche parola di inglese. Questione di mood, di groove, di fairplay. Il problema sono i nostri cuori, sono loro che parlano lingue diverse. Non ci capiamo più coi sentimenti.

Non dormo perché si può amare una persona e tradirla quotidianamente. ‘Perché tanto l’amore è un’altra cosa…’ Chi vuoi che ti rimproveri, se rompi un giuramento? Te stessa? Non dormo perché sì. Io sono la prima che non si vuole tradire.
Non dormo perché una volta la parola contava qualcosa, e adesso si fanno le smentite.
Non dormo perché ho delle multe da pagare, io. E finirà come per l’autobus. Perché alla fine sono i precari che pagano. I giovani, e i cinquantenni che vengono licenziati e non trovano più posto. E avranno freddo, e male ai piedi.
Non dormo perché il tempo del discorso, ora, è troppo lontano tempo della storia e non c’è nessuno a chiedermi perché mi giro e mi rigiro nel letto su un cuscino che domattina sarà la sacra sindone del trucco e del sudore.

Non dormo perché alla fine, lo so che non gliela darò vinta, lo so che non me ne andrò come tutti gli altri.
Non dormo perché Parigi,
Londra,
New York.

Ma a me piace ancora l’Italia.

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Genesi del cavolo


Questo blog nasce da un cavolo.

Se c’è una cosa, anzi due, che proprio non sopporto sono le novità e gli addii.

Quelle come me, così radicate alle abitudini che se ne perdono una o perdono un braccio è uguale, non possono accettare che dopo intere estati di zucchine gratinate; zucchine stufate; zucchine fritte con la pastella; zucchine fritte e basta; zucchine alla julienne; zucchine al forno; pasta zucchine e gamberetti; zucchine e patate bollite; zucchine ripiene; zucchine zucchine zucchine… improvvisamente, da un giorno all’ altro e senza un perché, uno straccio di motivazione, dalla pentola magica della mamma spunti un cavolo.

Lo vedo fare capolino a pelo d’acqua. Un cavolo lesso, per la precisione. Dice lui addio per me alle tanto care e decennali zucchine.

Ora, oltre alla genesi c’è bisogno di un piccolo cenno sugli obiettivi: non voglio parlare qui del prezzo della verdura, del precariato, di un paese che fatico ad amare, di chi in questo paese ci si sveglia un giorno e non ti ama più, e quindi l’università, il lavoro che non c’è e quando c’è fa schifo, l’amore che disattende promesse e regala bestemmie, la passione che può diventar impiego, sì, se per anni ti fai bastare cavoli a colazione, pranzo e cena – la cosiddetta gavetta del cavolo.

Ma poiché è storicamente dimostrato l’inadempimento delle attese di ogni manifesto programmatico che si rispetti, molto probabilmente proprio di tutto questo si scriverà. Con disillusione e rabbia. Una rabbia, per così dire, pedagogica perché vorrei insegnare al lettore quel senso spietato delle cose che l’amore tenero di una donna per anni celò a me stessa. E vorrei che il lettore restituisse a me la speranza che, davvero, ancora, può essere altrimenti.

Questo blog, nemmeno tanto in fondo, nasce per filologica fedeltà alle parole rimpinzata da un maldestro tentativo di adeguarsi ai tempi. Se un blog è un “diario in rete” e allora intrappoliamoli questi giorni, aggiustiamo le maglie sbrindellate dal tempo e dalle burrasche, lasciamo andar via i pesci piccoli e poi rispingiamoci al largo. Tanto una nuova mareggiata ci sorprenderà sempre, così come inaspettata tornerà la bonaccia.

Di disincagliarsi dalle secche non si finisce mai. Tutto è bene quel che non finisce? Col cavolo.